Non mi ha sfiorato neanche per un istante l’idea di non andare al cinema a vedere “L’Odissea” di Christopher Nolan, benché molti studiosi del mondo classico ne abbiano evidenziato le incongruenze storiche, le libertà narrative, le scelte estetiche lontane dall’epoca della cultura omerica. Sono osservazioni legittime, spesso preziose, perché aiutano a distinguere il testo originale dalla sua interpretazione. Ma mi domando se questo sia davvero il punto più importante. Un’opera imponente come l’Odissea è sopravvissuta fino ad oggi perché ogni epoca ha sentito il bisogno di raccontarla nuovamente. E di raccontarla non sempre seguendone pedissequamente il testo originale. L’arte, del resto, nelle sue molteplici forme, non vive di copie perfette. Vive di riletture. Se così non fosse, non avremmo le infinite Madonne di Giotto, di Raffaello, di Caravaggio o di Salvador Dalí: la stessa figura, eppure ogni volta un universo differente. Non avremmo neanche le tragedie di Sofocle, Euripide ed Eschilo o quelle molto più recenti di Shakespeare continuamente reinventate dal teatro contemporaneo. Non avremmo Martha Graham e Pina Bausch che fanno del corpo una narrazione capace di attraversare il tempo. Non avremmo Igor Stravinskij che riscrive il mito di Orfeo con la musica del Novecento, né James Joyce che nell’Ulisse trasporta il viaggio omerico nella Dublino di una sola giornata. Nessuno di questi artisti – come tanti altri che hanno reinterpretato i “classici” – ne ha “tradito” l’anima. Piuttosto … direi che molti l’hanno fatta vivere vestendola di nuova luce. Ed è questo, forse, il destino delle grandi opere: non chiedere fedeltà assoluta, ma continuare a generare interpretazioni.
Il cinema non fa eccezione.
Nolan ha riletto Omero attraverso la sua sensibilità, come ogni artista ha sempre letto il passato attraverso il proprio presente. Si può apprezzare oppure no. Alcune scelte mi hanno convinta (gli attori che hanno interpretato Ulisse e Penelope, i paesaggi e le scene in mare), altre le ritengo piuttosto discutibili (i Lestrigoni, rappresentati in possenti armature tipo “omini di latta”, Elena di Troia scura di carnagione e Agamennone in armatura che mi è apparso un Avatar). Quello che invece mi lascia perplessa è una certa critica, alquanto sterile, che sembra trovare la propria ragion d’essere soltanto nell’elencare ciò che non funziona, quasi che il valore di un’opera si misurasse esclusivamente dalla distanza che la separa dall’originale. È una critica che, talvolta, rischia di parlare più agli addetti ai lavori che ai lettori, agli spettatori ed in generale ai fruitori dell’opera. È quella degli “intellettuali”, del ghota della filologia classica, dei c.d. “puristi” del mondo classico. La critica, cioè, di tutti coloro i quali ritengono che i classici vadano conservati intatti e che nelle loro riproduzioni non vada toccato nulla, neanche una virgola.
Io non sono d’accordo.
La critica migliore resta per me quella costruttiva. Quella che, dopo aver visto un film come “L’Odissea” di Nolan, invita il pubblico ad aprire il poema omerico e leggere le meravigliose avventure di Ulisse: dallo stratagemma greco del cavallo di legno per distruggere Troia dopo dieci anni di assedio al suo rientro ad Itaca con la cacciata dei Proci. In mezzo: i vari naufragi, la morte dei compagni di viaggio, l’approdo sull’isola dei Lestrigoni, poi su quella di Circe e infine su quella di Calipso, lo stratagemma delle pecore per uscire dalla grotta di Polifemo, la discesa nell’Ade, la resistenza al canto delle Sirene legato all’albero maestro, il passaggio attraverso Scilla e Cariddi e il sacrificio dei sei uomini, il ritorno ad Itaca con il suo riconoscimento da parte del cane Argo e della nutrice Euriclea. Perché non tutti hanno letto Omero. Non tutti hanno frequentato il liceo classico. Non tutti presentano una formazione umanistica. Non tutti hanno studiato con la stessa profondità. Molte persone entreranno probabilmente in contatto con l’Odissea proprio grazie a questo film. E se questa sarà la scintilla che li porterà a cercare il poema originale, sarà difficile sostenere che l’opera di Nolan abbia fallito la sua missione culturale. Il mare, che occupa prepotentemente lo schermo durante gran parte delle scene del film, insegna una lezione molto semplice. Ogni navigante affronta il mare con consapevolezza e coraggio ma nessun viaggio è identico a un altro.
E a me personalmente il film ha ricordato due principi importanti, due elementi fondamentali per capire il mondo dell’Odissea: uno è storico (si fa spesso menzione de “i popoli del mare”), l’altro è religioso e morale (viene menzionata con frequenza la legge dell’ospitalità di Zeus).
I Popoli del Mare sono il nome moderno dato dagli storici a un insieme di gruppi di navigatori e guerrieri che, tra il XIII e il XII secolo a.C., attaccarono le coste del Mediterraneo orientale. Approdando improvvisamente sui territori costieri, essi costituirono per diverso tempo una minaccia reale e significativa per città, porti e regni dei medesimi. Non mi è del tutto chiaro se Nolan abbia voluto trasmettere il sentimento di paura che attanagliava le popolazioni dell’epoca o quello che ancora oggi è presente in tutti coloro i quali temono un aggressione dal mare da parte di chiunque vi arrivi. Anche ove costoro siano donne e bambini laceri e affamati al limite della sopravvivenza.
E qui, inevitabilmente, il collegamento è con l’altro elemento fondamentale dell’opera omerica: la legge di Zeus sull’ospitalità (la “xenia”), che rappresenta uno dei temi più importanti dell’Odissea.
Gli antichi Greci chiamavano questa legge “xenia”, cioè il rapporto sacro tra ospite e padrone di casa. Zeus era venerato anche come “Zeus Xenios”, il protettore degli stranieri e degli ospiti. Offendere un ospite significava offendere Zeus stesso. Le regole erano molto precise: chi arrivava veniva accolto; gli si offriva cibo, acqua e un bagno; solo dopo gli si chiedeva chi fosse; quando ripartiva, riceveva anche un dono. Ovviamente anche l’ospite aveva dei doveri: rispettare la casa; non approfittare dell’ospitalità; ricambiare, se possibile, in futuro. Era una sorta di “patto sacro” che permetteva ai viaggiatori di attraversare un mondo senza alberghi e senza uno Stato che garantisse sicurezza. E che, se violato, poteva dar luogo a catastrofici eventi (pensiamo proprio alla Guerra di Troia, che scaturisce nel poema omerico dalla violazione del patto di ospitalità con i Greci da parte di Paride che sottrae Elena a Menelao). Per un Greco dell’epoca, lo straniero poteva perfino essere un dio sotto mentite spoglie. Per questo era pericoloso respingere o maltrattare un viandante: poteva essere Zeus o un’altra divinità che stava mettendo alla prova gli uomini. È il motivo per cui nell’Odissea i personaggi accolgono spesso il forestiero prima ancora di chiedergli il nome.
Quindi in definitiva L’Odissea di Nolan va vista. Senza aspettative e senza pretese. Omero resta Omero. Nessun regista potrà mai sostituirlo. Ma ci sarà tra questi chi condurrà qualcuno verso i poemi omerici, per la forza evocativa delle immagini di una battaglia, o per la profondità dei dialoghi tra i protagonisti del film o ancora per la curiosità che certi episodi fanno nascere nelle menti più brillanti e accoglienti. E sarà in ogni caso un successo. Forse dovremmo ricordare che Ulisse non è l’eroe della meta, ma del viaggio. E che anche noi, che guardiamo questo film, continuiamo a navigare tra le sue pagine seguendo rotte sempre nuove. L’importante è non perdere mai di vista l’orizzonte, come del resto fa Ulisse, che nel film riprende il largo in direzione di quell’Occidente in cui l’ha collocato Dante (“Quando noi ci partimmo, e volgemmo le nostre poppe nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino”).
Perché i classici non chiedono di essere conservati immobili. Chiedono di continuare a salpare verso mete che soltanto l’essere umano riesce a individuare.

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”
(Dante, “Divina Commedia”, Inferno, canto XXVI)