Ci sono luoghi nei quali si va in vacanza. E poi ci sono luoghi nei quali, semplicemente, si approda. Skiathos per me è stata un po’ questo: un approdo.
Poco più di un’ora di aereo da Napoli e, quasi senza accorgersene, il Mediterraneo cambia voce.

L’isola appare nel blu con quella sua natura aspra e gentile insieme, fatta di pinete che scendono verso il mare, di spiagge chiare di granito, di calette che sembrano ritagliate dalla mano paziente del vento.
Il mare di Skiathos è di quelli che non si guardano soltanto. Si subiscono. Ti entrano negli occhi, nella pelle, nei pensieri. È trasparente, pescoso, sorprendentemente vivo. Un mare nel quale ho fatto il bagno tra le occhiate, vedendole muoversi nell’acqua con quella libertà che appartiene agli animali e che noi uomini, qualche volta, dimentichiamo di possedere.

Sono tornata da Skiathos con una certezza: il mare non è soltanto un paesaggio. È una misura. Una misura delle cose, delle abitudini, dei bisogni. Perfino della legge.
Ho riletto l’Odissea che ho portato con me in valigia con gli occhi di chi ama il mare, trovandola “divina” benché la sua natura umana non sia in discussione (lo è casomai la sua paternità che alcuni studiosi attribuiscono ad Omero ed altri più contemporanei ad aedi o rapsodi che ne avrebbero diffuso la tradizione orale).

Durante questo viaggio a Skiatos ho concluso la lettura dell’Odissea.
L’avevo già letta durante gli anni del liceo. Ma allora avevo letto soprattutto un grande poema, un monumento della letteratura occidentale, un testo greco da comprendere, studiare, forse anche interrogare. Mi erano apparse affascinanti le avventure di Ulisse ma non ne avevo colto il senso più profondo.
Questa volta, invece, l’ho letto da donna adulta e soprattutto da donna innamorata del mare. E mi è sembrato un libro completamente diverso. Perché oggi capisco, almeno un poco, che cosa significhi affidare la propria esistenza al mare. Che cosa significhi navigare senza poter controllare davvero la rotta, affidarsi ai venti, riconoscere le coste, leggere il colore dell’acqua, comprendere che la distanza tra la salvezza e il pericolo può essere sottilissima.
Io insegno Diritto della Navigazione in un prestigioso istituto nautico e, ogni giorno, parlo ai miei studenti di norme, responsabilità, obblighi, sicurezza, rapporti giuridici che nascono sul mare e per il mare, il quale ha avuto le sue regole prima ancora che qualcuno pensasse di metterle per iscritto. La solidarietà tra naviganti, l’accoglienza di chi approda, il rispetto della rotta, la necessità di soccorrere chi è in pericolo: sono principi che appartengono a una civiltà marinara antichissima. La legge del mare, in fondo, nasce dal mare stesso.
E forse è proprio questo che mi ha fatto leggere l’Odissea con occhi nuovi. Omero o chicchessia non racconta soltanto il viaggio di Ulisse. Racconta la condizione dell’uomo davanti all’immensità del mare. E davanti a quel mare, oggi, mi sento molto più vicina a Ulisse di quanto non fossi al liceo.
Skiathos e l’Odissea mi hanno fatto pensare anche a una questione molto più contemporanea: quella della fruibilità del mare. Perché il mare non dovrebbe essere un lusso.
È una considerazione semplice, quasi banale, ma che oggi non lo è affatto. Ci sono luoghi nei quali raggiungere una spiaggia significa affrontare costi importanti, prenotazioni, stabilimenti, parcheggi, servizi che si sommano fino a trasformare una giornata al mare in una piccola operazione economica.
A Skiathos ho percepito un rapporto diverso con la costa.
Non voglio idealizzare un’isola greca né sostenere che tutto sia perfetto. Non lo è nessun luogo. Ma ho avvertito una maggiore immediatezza nel rapporto tra la persona e il mare. Il mare sembra lì per essere vissuto. Non necessariamente consumato. Vissuto. E questa distinzione, per me, è fondamentale. Perché una spiaggia non è soltanto una superficie sulla quale collocare lettini e ombrelloni. È un bene naturale, un luogo di relazione, un paesaggio, un patrimonio che appartiene alla collettività e che dovrebbe essere amministrato con equilibrio tra iniziativa economica e interesse pubblico.
Da insegnante di Diritto della navigazione non posso non guardare il mare anche attraverso questa lente. Ma da amante del mare posso aggiungere qualcosa che nessun codice riesce a scrivere. Il diritto può stabilire le regole di accesso. Non può insegnarci il rispetto. Quello dobbiamo impararlo guardando ciò che rappresenta: un patrimonio inestimabile.
C’è poi un altro aspetto di Skiathos che mi ha conquistata: la semplicità. Anche a tavola. Ho mangiato tantissimo pesce. E ho adorato anche la crema di fave: apparentemente povera, essenziale, delicata, equilibrata nella sua dolcezza pur con carattere.
Mi piace questa cucina che non ha bisogno di dimostrare niente. Una cucina fatta di pasti frugali, leggeri, di verdure, legumi, pesce, olio, limone, pane. Una cucina che accompagna il mare invece di combatterlo.



Dopo una giornata trascorsa in acqua, sotto il sole, accarezzata dalla brezza marina, non avevo bisogno di piatti elaborati. Avevo bisogno di mangiare bene. E forse anche questa è una piccola lezione che porto a casa.
Abbiamo complicato moltissimo ciò che poteva rimanere semplice. Anche il mare. Anche il cibo. Anche le vacanze.
E poi c’è la differenza con l’Italia.
Qui devo fare una confessione. Il confronto con l’Italia è inevitabile. E, per me, che vivo nella Penisola Sorrentina, lo è ancora di più. Conosco bene la bellezza della nostra costa. So quanto sia straordinaria, quanto sia unica, quanto il nostro mare sappia essere incantevole. Blu intenso, maestoso, profondo. Ma proprio perché conosco coste e mare del mio territorio, il confronto mi fa male. Perché le differenze, in alcuni aspetti, sono abissali. Non parlo soltanto della bellezza naturale. Quella non si può mettere in graduatoria. Parlo della percezione del mare. Della possibilità di viverlo. Della semplicità con cui si può arrivare a una spiaggia, fermarsi, fare un bagno, mangiare qualcosa di buono e tornare a casa senza avere la sensazione che ogni gesto debba essere organizzato, prenotato e pagato profumatamente. La nostra costa è bellissima e difficile. Bellissima e costosa. Bellissima e affollata. Bellissima, ma qualche volta quasi irraggiungibile. E allora viene spontaneo chiedersi se abbiamo smarrito una parte del significato originario del mare. Perché il mare dovrebbe unire, non dividere. Dovrebbe essere una frontiera aperta, non una barriera economica. Dovrebbe conservare quella dimensione democratica che gli appartiene da sempre: davanti al mare siamo tutti ugualmente piccoli.
Forse è questa la sensazione più forte che mi porto da Skiathos. Il mare non appartiene a nessuno. O meglio: appartiene a tutti e proprio per questo nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a considerarlo esclusivamente proprio. Lo dice il diritto con il suo linguaggio. Lo dice la storia con le sue consuetudini. Lo dice Omero con il linguaggio immortale della poesia. E lo dice il mare, semplicemente, ogni volta che arriva sulla riva e cancella le nostre impronte.
Ho pensato a tutto questo mentre nuotavo in quell’acqua trasparente, circondata da pesci di ogni specie e genere. Per qualche minuto non ero un’insegnante, non ero un avvocato, non ero una lettrice, non ero una donna che vive in una delle coste più belle del mondo. Ero soltanto una persona dentro il mare. Ed è forse questa la condizione più autentica che il mare riesca a regalarci: quella di restituirci alla nostra misura.



Skiathos mi ha lasciato le mille sfumature di azzurro dell’acqua, il profumo del pesce alla brace, il sapore delicato della fava, il ricordo delle pinete che degradano verso il mare, delle spiagge giallo ocra di granito, delle piccole barche a vela e delle occhiate che mi saltavano intorno mentre riducevo in briciole i grissini al sesamo che avrebbero dovuto costituire il mio pasto frugale.
Ma soprattutto mi ha lasciato una domanda.
Quanto siamo ancora capaci di vivere il mare senza trasformarlo necessariamente in qualcosa da acquistare? È una domanda giuridica, se la guardo con gli occhi della mia professione. È una domanda civile, se penso alla fruibilità dei nostri litorali. È una domanda ambientale, se penso alla necessità di preservare ciò che abbiamo. Ma è anche, e soprattutto, una domanda sentimentale. Perché chi ama davvero il mare sa che il mare non chiede molto. Chiede rispetto. Chiede silenzio. Chiede di essere guardato. Chiede di essere attraversato con umiltà. E poi ci restituisce tutto.
Io, a Skiathos, ho ritrovato anche l’Ulisse che avevo incontrato sui banchi del liceo e che allora non avevo saputo apprezzare del tutto. Forse perché per comprendere davvero un viaggio bisogna averlo fatto e a sedici anni non si è ancora salpati. Oggi è diverso.
Oggi, leggendo dell’uomo “dall’agile mente, che molto errò”, mi sono riconosciuta un po’ in quell’inquietudine, in quella curiosità che non concede riposo, in quel bisogno di guardare sempre oltre l’orizzonte perché è lì che si svela la conoscenza. Perché Ulisse, anche quando torna a Itaca, non perde la la sua inquietudine e la sua voglia di conoscere. E Dante lo sa bene: lo ritrova nell’Inferno, ancora una volta in mare, ancora una volta diretto verso l’ignoto.
Forse è questo che ho imparato a Skiathos. Che amare il mare non significa trovare un approdo. Significa avere sempre voglia di salpare. E io, come Ulisse, sono ancora qui. Con l’agile mente. E l’orizzonte del mare, che mi incuriosisce e mi attrae verso quel “folle volo” che non spegne mai il mio ardore.
“Narrami, o Musa, dell’eroe multiforme, che tanto vago’, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia”
