Ci sono immagini che attraversano il tempo di uno scatto. E poi ce ne sono altre che attraversano le coscienze. In questi giorni una fotografia ha fatto il giro del mondo. Una maratoneta corre verso il traguardo. Il volto segnato dalla stanchezza, il respiro affannato, gli occhi fissi sull’arrivo. Lungo le sue gambe però scorre del sangue. Non è il sangue di una ferita. Non è il sangue di una caduta. È il sangue del ciclo mestruale. Quel sangue che da secoli le donne hanno imparato a nascondere. A cancellare. A vivere quasi chiedendo scusa.
Lei continua a correre.
Non si ferma. Non si nasconde. Non abbassa lo sguardo. Non sembra neppure accorgersi che milioni di persone, in quel preciso istante, stanno osservando non una maratoneta, ma lo scardinarsi di un tabù.
Mi sono chiesta perché quella fotografia abbia suscitato tanto clamore (ne hanno parlato i TG, i principali quotidiani nazionali, i social!). Forse perché ci mette davanti a una contraddizione che ci portiamo dietro da secoli. Se un uomo taglia il traguardo con il volto insanguinato dopo una caduta, celebriamo il coraggio, la determinazione, il sacrificio. Quando quel sangue appartiene invece al corpo di una donna, improvvisamente diventa qualcosa da coprire, da censurare, perfino da giudicare.
E’ curioso.
Lo stesso colore. Rosso.
La stessa sostanza. “Tessuto fluido presente negli organismi muniti di sistema circolatori” (Wikipedia).
Lo stesso nome. Sangue.
Eppure, due significati completamente diversi. Non è la biologia a cambiare. È il nostro sguardo. Ed è proprio quello sguardo che, forse, avrebbe bisogno di essere educato. Per secoli alle donne è stato insegnato a nascondere il ciclo. A sussurrarne l’arrivo, la presenza. A infilare un assorbente nella tasca prima di entrare in bagno. A usare espressioni come “ho le mie cose”, quasi che pronunciare il termine “mestruazioni” fosse sconveniente.
Persino la pubblicità ha contribuito a costruire questo immaginario: per decenni il sangue è stato sostituito da un liquido azzurro, come se la realtà dovesse essere edulcorata per risultare accettabile. Eppure il ciclo mestruale è uno dei processi fisiologici più complessi e straordinari del corpo umano. Ogni mese l’organismo femminile attraversa un equilibrio delicatissimo di ormoni, trasformazioni cellulari e adattamenti biologici. L’endometrio si prepara ad accogliere una nuova vita, si rinnova, si modifica. Quando quella preparazione non è più necessaria, il corpo elimina naturalmente il tessuto che aveva costruito e ricomincia il proprio ciclo. Secondo un processo di continua rigenerazione. Di costruzione. Di trasformazione. Di nuovo equilibrio. Questa cosa mi fa pensare a come la natura conosca da sempre il significato della resilienza, molto prima che noi imparassimo a darle un nome. Eppure milioni di donne vivono questo momento accompagnate non solo dal dolore fisico, ma anche dal peso di un pregiudizio culturale. Per molte il ciclo significa crampi addominali, emicranie, nausea, stanchezza, anemia. Significa convivere con patologie come l’endometriosi o l’adenomiosi, spesso diagnosticate con anni di ritardo. Significa continuare a lavorare, studiare, prendersi cura degli altri, fare attività sportiva, sorridere e far finta di nulla mentre il proprio corpo chiede semplicemente di essere ascoltato. Il dolore mestruale viene ancora troppo spesso banalizzato con un “passerà”, “è normale”, “ci si abitua”, “ci passano tutte”. No. Non è vero. Non è cosi. Il dolore non dovrebbe mai essere normalizzato, anche se alcune donne attraversano quei giorni senza avere fastidi di alcun genere. Perché quei fastidi riguardano milioni di donne. Comprenderlo significa riconoscere la Persona che è ogni Donna.
Ed è qui che il tema smette di essere soltanto biologico e diventa sociale. Culturale. Giuridico.
Perché i diritti si misurano anche dalla capacità di una società di riconoscere i bisogni quotidiani delle Persone. Un assorbente non è un bene accessorio. È un prodotto essenziale. Per anni, tuttavia, in Italia è stato assoggettato a un’IVA paragonabile a quella di beni non indispensabili. Negli ultimi anni il legislatore ha ridotto l’aliquota al 5% e questo costituisce un passo importante benché non ancora sufficiente ad eliminare le disuguaglianze economiche legate alla gestione del ciclo. Forse non tutti sanno che esiste una realtà di cui si parla ancora troppo poco: la period poverty, la povertà mestruale. Secondo UNICEF e UNWomen, milioni di ragazze e donne nel mondo hanno difficoltà ad acquistare prodotti igienici adeguati. Per alcune significa rinunciare a giorni di scuola. Per altre significa compromettere la propria salute o vivere con un senso costante di disagio e umiliazione. È per questo che diversi Paesi hanno scelto una strada diversa. La Scozia, ad esempio, è stato il primo paese al mondo a garantire gratuitamente i prodotti mestruali a chiunque ne abbia bisogno. Anche Francia, Nuova Zelanda e altri Stati hanno introdotto programmi di distribuzione gratuita nelle scuole e in altri luoghi pubblici, riconoscendo che l’igiene mestruale è una questione di salute pubblica, di istruzione e di dignità. L’Italia, oltre al provvedimento di natura fiscale, dovrebbe avere il coraggio di fare un ulteriore passo avanti. Perché distribuire gratuitamente gli assorbenti nelle scuole non significa fare un favore alle ragazze. Significa rimuovere un ostacolo. Uno di quelli a cui si riferisce l’art. 3 della Costituzione che, nel suo secondo comma, impone allo Stato di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto l’uguaglianza formale proclamata nel primo comma, impediscono “il pieno sviluppo della persona umana”.
Forse la maratoneta cinese non immaginava che quella sua corsa con il sangue che le colava sulle gambe sarebbe diventata un simbolo di libertà. Probabilmente voleva soltanto arrivare al traguardo. Eppure quel sangue ha fatto qualcosa di straordinario. Ha costretto milioni di persone a guardare ciò che per troppo tempo tutti hanno scelto o, peggio, hanno finto di non vedere. E poiché guardare significa anche comprendere, mi auguro che l’episodio in questione possa portare molti a riflettere sul fatto che il corpo di una donna non debba essere raccontato attraverso la vergogna.
Ogni donna ha una storia diversa. C’è chi vive il ciclo come un semplice passaggio mensile, chi lo affronta con dolore, chi non lo ha più, chi non lo ha mai avuto in modo regolare, chi avrebbe voluto che arrivasse, chi avrebbe voluto che non arrivasse. Esistono percorsi personali che nessuno sguardo esterno può conoscere. Ed è proprio per questo che il rispetto deve precedere ogni giudizio. Perché il ciclo non è un’identità. È una funzione del corpo. Non rende una donna più donna. Non la rende meno donna. Non definisce il suo valore, i suoi sogni, le sue scelte, la sua libertà. Merita semplicemente di essere considerato per ciò che è: una realtà naturale che accompagna la vita di milioni di persone e che, proprio per questo, non dovrebbe più essere nascosta né trasformata in motivo di imbarazzo.
È semplicemente un ritmo del corpo che ogni mese costruisce una possibilità. Ogni mese accetta una perdita. Ogni mese ricomincia. Senza applausi. Senza medaglie. Senza che nessuno lo definisca eroismo. Eppure, la straordinaria normalità del corpo femminile continua, da secoli, a compiere il gesto più rivoluzionario che esista: prepararsi alla vita anche quando la vita, quel mese, non arriverà.
Forse dovremmo imparare a guardare il ciclo mestruale come guardiamo il mare. Con il rispetto che si deve alle cose immense. Perché il sangue che una donna perde ogni mese non racconta una debolezza. Racconta la più antica delle promesse. Quella che ci riguarda tutti. Perché, prima ancora di diventare uomini o donne, cittadini o giuristi, figli o genitori, ciascuno di noi è esistito proprio grazie a quel sangue che, ancora oggi, provoca in qualcuno disgusto e vergogna.
La civiltà di un Paese, del resto, si misura anche da questo: dalla capacità di non abbassare gli occhi davanti a ciò che è naturale, ma di alzare lo sguardo davanti a ciò che è giusto. Perché il sangue non cambia significato a seconda del corpo da cui proviene.
È il nostro sguardo che può e deve, finalmente, cambiare.