Le parole pronunciate nei giorni scorsi da un concessionario balneare di Bacoli, che ha definito “pezzenti” coloro che scelgono la spiaggia libera, hanno suscitato indignazione. Anche e soprattutto in me che ne sono una appassionata sua sostenitrice. La risposta del sindaco, Josi Gerardo Della Ragione, è stata dura e ha acceso un dibattito che va ben oltre una polemica locale.

In gioco, infatti, non c’è soltanto una frase infelice. C’è una domanda che riguarda tutti noi: a chi appartiene il mare?

La risposta dovrebbe essere semplice. Il mare è un bene pubblico. Le spiagge sono un patrimonio collettivo e l’accesso al lido ed alla spiaggia è un diritto che lo Stato ha il dovere di garantire. Eppure, per molti cittadini, trascorrere una giornata al mare è diventato sempre più difficile. Tra lettini, ombrelloni, parcheggi e servizi, una famiglia può arrivare a spendere cifre che trasformano un diritto in un lusso. Un privilegio difficile da accettare perché fondato su concessioni in uso di un bene demaniale e non sul trasferimento della proprietà del medesimo, che per sua natura è, infatti, inalienabile. 

Naturalmente nessuno mette in discussione il ruolo dei balneari come imprenditori del settore marittimo. Molti gestiscono le proprie attività con serietà e professionalità da decenni; investono sistematicamente in strutture e arredi, creano occupazione e offrono servizi apprezzati dai turisti e da tutta la clientela che accede alle strutture, anche quella locale. Sarebbe ingiusto ignorarlo.

Ma proprio perché si tratta di concessioni su beni demaniali, cioè appartenenti allo Stato e, pertanto, ai cittadini (perché lo Stato – ricordo a me stessa un principio fondamentale di Diritto Costituzionale – non è soltanto Stato-apparato ma è anche Stato-comunità), è altrettanto giusto che esistano regole precise, trasparenti e uguali per tutti.

Da vent’anni esatti l’Italia rinvia l’applicazione della ormai famosa Direttiva Bolkestein che prevede procedure pubbliche e concorrenziali per l’assegnazione delle concessioni demaniali. Un rinvio continuo attraverso proroghe illimitate delle concessioni in scadenza, che ha finito per tutelare i privilegi di una categoria lasciando irrisolto un problema che riguarda milioni di cittadini.

Non si tratta di essere “contro i balneari”. Non lo sono affatto. Si tratta di essere a favore della legalità in un Paese che possiede circa ottomila chilometri di coste di cui una piccolissima percentuale è oggi a disposizione della comunità. 

Regolamentare il settore significa garantire certezza agli imprenditori, ma anche assicurare che un bene pubblico venga gestito nell’interesse della collettività (troppo spesso questo interesse è completamente evaso). Significa favorire chi investe davvero, chi rispetta i lavoratori, chi paga le imposte e chi offre servizi di qualità, senza trasformare le spiagge in feudi privati. Perché oggi è proprio questo che sono. I nipoti degli originali gestori, probabilmente nati e cresciuti in certi contesti, finiscono per considerarli propri, e non come andrebbero considerati, ovvero non di loro proprietà ma semplicemente “temporaneamente utilizzati ”.

Occorre trovare un equilibrio tra il diritto di fare impresa e il diritto dei cittadini di vivere il mare senza ostacoli economici o fisici. Le spiagge libere e quelle in concessione possono convivere, purché nessuno dimentichi che il proprietario resta sempre e soltanto lo Stato e, quindi, l’intera comunità che rappresenta.

Per questo la Direttiva Bolkestein non dovrebbe essere vista come una minaccia (sono anni che i balneari la contestano e la ostacolano anche con accese manifestazioni di piazza), ma come un’occasione da non perdere. Un’opportunità per modernizzare un settore, superare rendite di posizione ormai anacronistiche e costruire un sistema più equo, più competitivo e più trasparente.

Il mare non può diventare il privilegio di chi può permetterselo né il monopolio di pochi concessionari. Deve rimanere uno spazio di libertà, di inclusione e di uguaglianza. Come è sempre stato nei secoli.

Perché il mare non è dei sindaci, non è dei balneari e non è della politica che in venti anni, superando anche colori e bandiere, in maniera inopinatamente trasversale, li ha ascoltati e supportati.

Il mare è di tutti. E proprio per questo ha bisogno di regole che tutelino tutti … anche i “pezzenti”.