Ieri ho assistito alla tragedia di Eschilo “I Persiani” che si è tenuta al Teatro Grande di Pompei nell’ambito della rassegna “Pompeii Theatrum Mundi”.
Per chi non avesse una cultura classica si tratta dell’unica tragedia greca che racconta un evento storico contemporaneo, anziché un mito.
La vicenda non si svolge in Grecia, ma nella capitale persiana, Susa, nel 480 a.C., e può facilmente riassumersi in questo modo: i protagonisti attendono notizie della spedizione del re Serse I contro la Grecia. Il coro è composto dagli anziani dignitari persiani, preoccupati per la sorte dell’esercito. Entra in scena la regina Atossa, madre di Serse, che racconta un sogno inquietante: due donne, simbolo della Grecia e della Persia, vengono aggiogate allo stesso carro: una si ribella e il carro si rovescia. È un presagio della disfatta. Arriva un messaggero che narra la catastrofe della battaglia di Salamina (è uno dei grandi racconti della letteratura antica: la distruzione della flotta persiana è descritta con enorme forza drammatica). Atossa compie libagioni e fa evocare lo spirito del defunto re Dario I. Il fantasma di Dario si materializza e spiega che la rovina dei Persiani è stata causata dalla “hybris” di Serse: il giovane sovrano ha voluto oltrepassare i limiti imposti agli uomini, arrivando perfino a “incatenare” il mare costruendo il ponte sul Bosforo al fine di consentire il passaggio del suo esercito sul suolo greco. Alla fine compare Serse, ormai sconfitto e umiliato. Il dramma si chiude con un lungo lamento condiviso tra lui e il coro.
La rappresentazione che si è tenuta ieri a Pompei, la cui regia è firmata da Alex Ollé, restituisce al pubblico una lettura intensa, contemporanea e profondamente politica di un testo capace, a quasi duemilacinquecento anni dalla sua composizione, di interrogare ancora la coscienza del presente in particolare sui seguenti temi:
La “hybris”
È il tema centrale. Serse ha creduto di poter dominare tutto, persino la natura (ha costruito un ponte sul Bosforo). Nella mentalità greca, chi supera il proprio limite inevitabilmente attira la punizione divina (Poseidone re dei mari si è adirato).
La fragilità del potere
Il sovrano più potente del mondo può diventare, nel giro di un giorno, un uomo distrutto.
La compassione per il nemico
Questo è forse l’aspetto più sorprendente. Eschilo aveva combattuto contro i Persiani a Maratona (la prima sconfitta dei Persiani risale al 490 a. C.) e probabilmente anche a Salamina, eppure non celebra la vittoria greca con trionfalismo. Mostra invece il dolore dei vinti rendendola una tragedia profondamente umana.
Il destino
Le decisioni degli uomini contano, ma esiste un ordine superiore che non può essere violato.
Ieri guardavo gli attori che si esibivano sul palco con un trasporto profondo e due di loro, in particolare, hanno catturato la mia attenzione: il messaggero (Giuseppe Sartori) per il pathos con cui ha raccontato ciò che era accaduto a Salamina e lo spettro del re Dario I (Alessio Boni) che con solennità ha richiamato il valore della memoria e della responsabilità storica.
A sostenere la forza drammaturgica dello spettacolo ha contribuito certamente l’allestimento scenico di grande impatto firmato da Alfons Flores.
Un grande tavolo intorno al quale sedevano coloro i quali rappresentavano “il potere” ed uno schermo gigante che rimandava le immagini in bianco e nero di chi di volta in volta prendeva la parola sul palco.
Ho trovato questi unici due elementi di scena potentissimi ai fini di una riflessione sulla guerra vista dalla parte di chi perde.
Eschilo suggerisce che la sofferenza non ha nazionalità: il dolore delle madri, dei vecchi e dei sopravvissuti è universale.
La regia di Olle’ ne mette in risalto lo spessore con tre brevi monologhi di personaggi tratti dalla realtà (una moglie, una madre ed un ex combattente), che sono ciascuno a suo modo un piccolo capolavoro (complimenti agli attori!).
E’ un modo per amplificare il messaggio già contenuto nella tragedia di Eschilo che, in questo modo, continua nei secoli a parlare ad un pubblico contemporaneo.
Ed è proprio in quel lamento che ritengo che il teatro ritrovi la sua funzione più alta: ricordare la fragilità della condizione umana ed invitare ogni epoca a riflettere sul prezzo della guerra, sull’arroganza del potere e sul valore necessario della memoria storica.
Riflessioni imprescindibili al giorno d’oggi per l’arroganza, la superbia, l’insolenza, la tracotanza, la supponenza, la protervia (tutto ciò che meravigliosamente i Greci sintetizzavano con il termine “hybris”) di alcuni potenti del mondo che sembra governino la terra come se giocassero una partita di Risiko senza alcuna consapevolezza della loro inevitabile finitezza.
