Ci sono immagini che fanno il giro del web in pochi minuti. E poi ci sono immagini che non si cancellano perché la loro potenza espressiva resta conficcata dentro come un chiodo in una parete.

In questi giorni è accaduto con quel gesto di Sophie Cunningham: un dito puntato verso l’avversaria, uno sguardo immobile, glaciale.

Nessun urlo da parte sua. Nessuna parola.

Molti ci hanno letto autocontrollo. Gestione delle emozioni.

Io no.

A me quel gesto non ha trasmesso pace. Mi ha trasmesso violenza.

Ma non la violenza che esplode, che fa rumore, che crea caos, dramma, sangue bensì quella che si concentra in uno sguardo, che non ha bisogno di alzare la voce perché arriva comunque, dritta, precisa. Come un colpo di pistola. Freddo. Destabilizzante.

E proprio per questo, ai miei occhi, ancora più potente.

Naturalmente questa è la mia lettura. Non conosco tutta la vicenda, non so cosa sia accaduto realmente prima né cosa abbia provato davvero Cunningham in quel preciso momento in cui il suo dito ha cominciato a puntare così insistentemente l’avversaria. Non mi interessa processare una persona.

Mi interessa riflettere su ciò che il suo gesto ha potuto comunicare.

Perché comunicare non significa soltanto parlare.

A tal proposito, merita menzione lo psicologo Albert Mehrabian che viene spesso citato per le sue famose percentuali:

7% parole

38% tono della voce

55% comunicazione non verbale (linguaggio del corpo).

È vero che questi numeri vengono spesso semplificati e usati fuori dal loro contesto originario, ma ci ricordano comunque qualcosa di importante: il corpo parla. Parla eccome.

Gli occhi parlano.

Le mani parlano.

La postura parla.

E a volte raccontano molto più delle parole.

Per questo non riesco ad accontentarmi di una frase che ho letto spesso in questi giorni: “Almeno non ha urlato.” Già, non ha urlato. Anzi di più. Non ha proferito alcuna parola. Zero di zero.

Ma per me questo non basta.

Perché il rispetto non coincide con il volume della voce. Puoi non gridare e, nello stesso tempo, ferire. Puoi restare in silenzio e trasmettere all’altro disprezzo, superiorità o intimidazione.

Ed è proprio qui che sento il bisogno di fermarmi.

Da anni scrivo e studio la comunicazione empatica. Non perché significhi essere sempre d’accordo, sorridere sempre o evitare il conflitto. L’empatia non elimina il dissenso. Gli dà una forma diversa. Si può dire “non condivido quello che fai”. Si può esprimere rabbia. Si può mettere un confine. Si può perfino essere duri. Ma senza trasformare l’altro in un bersaglio. Perché ogni volta che comunichiamo abbiamo una scelta. Possiamo cercare di vincere verbalmente la partita. Oppure possiamo cercare di essere compresi.

Sono due cose molto diverse.

Quel dito puntato e quello sguardo, nella mia percezione, non cercavano un dialogo. Mi sono arrivati come un messaggio che voleva colpire per ferire l’avversaria, metterla in soggezione, destabilizzarla, umiliarla, “ucciderla”.

È questa la parte che mi inquieta.

Non il silenzio. I fulmini dentro il silenzio.

Forse qualcuno continuerà a vedere quella scena come un esempio autocontrollo, di gestione della rabbia, di sangue freddo.

Io continuo a vedere una comunicazione che, pur priva di parole, mi è arrivata come profondamente ostile.

Ed è proprio questo che mi ricorda, ancora una volta, quanto sia delicata la responsabilità che abbiamo ogni volta che entriamo in relazione con un altro essere umano. Perché non basta trattenere la voce. Occorre educare anche il corpo. Non basta evitare lo scontro. Occorre scegliere di non umiliare.

Possiamo dissentire con fermezza. Possiamo difendere le nostre idee. Possiamo perfino arrabbiarci.

Ma se nel farlo perdiamo la capacità di riconoscere l’umanità dell’altro, allora qualcosa della nostra umanità si è già smarrito.

Io continuo a credere che la pace non inizi quando smettiamo di parlare.

Inizia quando scegliamo di non ferire.

Neppure con la malvagità che può trasmettere uno sguardo.