Sono una docente di Diritto e, davanti alla notizia della professoressa accoltellata da un suo alunno di tredici anni in una scuola di Roma, provo prima di tutto un sentimento difficile da definire: sgomento. Non soltanto per quello che è accaduto a una collega. Ma per ciò che quel gesto sembra raccontare di un mondo che cambia a un ritmo incontrollabile sotto i nostri occhi.
Il ragazzo sarebbe entrato a scuola con coltelli e spray urticante, avrebbe preparato il proprio gesto nei dettagli e avrebbe persino cercato di riprenderlo e trasmetterlo attraverso Telegram. La professoressa, Isabella Marsilio, 66 anni, ultimo anno in classe prima del pensionamento, è stata ferita con tre coltellate.
Un compagno è intervenuto e ha fermato l’aggressione. Lei, una volta dimessa, ha detto di averlo perdonato e di volergli bene.
Questa frase mi ha colpito più di molte altre e mi sono chiesta se questa sarebbe stata la mia reazione dinanzi ad un episodio simile che mi avesse visto coinvolta.
Mi ha colpito non perché debba diventare l’ennesima celebrazione della professoressa buona che perdona tutto. Al contrario. Mi sembra una frase che contiene tutta la complessità dell’essere insegnanti: si può condannare un gesto e continuare a non voler perdere la persona che lo ha compiuto.
Ma proprio per questo non possiamo confondere la comprensione con la giustificazione.
A tredici anni non si è penalmente imputabili. È la legge, ed è giusto che esista una disciplina specifica per il minore. Ma il diritto alla protezione e all’educazione non può trasformarsi nell’idea che un ragazzo sia privo di responsabilità. Responsabilità, naturalmente, diversa da quella dell’adulto e da accertare secondo le regole proprie dell’età. Il punto, per me, è un altro. Che cosa significa educare alla responsabilità quando persino la violenza diventa un contenuto da condividere? Perché è questo l’aspetto che più inquieta.
Il coltello è terribile. Lo spray idem. L’aggressione a un docente altrettanto terribile.
Ma quel telefono acceso aggiunge qualcosa.
Oggi non basta più compiere un gesto: bisogna mostrarlo. Renderlo pubblico. Trasformare la rabbia in una scena da proiettare. La violenza in una rappresentazione teatrale.
Non è soltanto un problema di social. Sarebbe persino troppo comodo sostenerlo.
I dati ESPAD del CNR, diffusi quest’anno, raccontano un fenomeno più ampio: nel 2025 il 43,4% degli studenti tra 15 e 19 anni ha riferito di aver agito o subito almeno una delle forme di violenza rilevate; nello stesso periodo la quota di chi riferisce di aver colpito un insegnante è salita dall’1,2% del 2018 al 3,6%. E cresce anche la violenza filmata e guardata: nel 2025 l’11,8% degli studenti ha assistito a una scena violenta filmata con il cellulare e il 3,8% l’ha filmata in prima persona. Il CNR parla esplicitamente di una progressiva normalizzazione della violenza come contenuto da guardare e condividere.
Questo dovrebbe farci riflettere molto più della solita guerra tra “colpa dei social” e “colpa dei genitori”. Perché la realtà è più scomoda. I social possono amplificare, imitare, spettacolarizzare. Ma non educano da soli. Prima del cellulare c’è qualcuno che dovrebbe insegnare a un ragazzo che la rabbia non autorizza alla violenza, che una frustrazione si attraversa, che un’insufficienza non è un affronto personale, che un insegnante non è un nemico da annientare quando effettua una valutazione negativa.
Ed è qui che la scuola rischia di rimanere drammaticamente sola. Da anni le chiediamo di fare tutto.
Di insegnare.
Di educare.
Di intercettare il disagio.
Di occuparsi di bullismo, di social, di dipendenze, di educazione stradale, affettiva, sessuale, di fragilità psicologica.
Di capire i ragazzi.
Di non giudicarli.
Di includerli.
Di motivarli.
E possibilmente di non sanzionarli troppo, perché una nota disciplinare può essere vissuta come un trauma e un rimprovero come una forma di autoritarismo che va scongiurata.
Poi accade qualcosa di grave e improvvisamente ci ricordiamo che la scuola dovrebbe avere anche autorevolezza. Quella che le abbiamo sottratta negli anni.
Ma l’autorevolezza non si restituisce d’un tratto, appena scoppia un’emergenza.
Va costruita prima.
Lo psicologo Matteo Lancini, da anni impegnato nello studio dell’adolescenza, parla della necessità di adulti significativi e mette in guardia dalla tentazione di usare i social come un comodo capro espiatorio. Il disagio dei ragazzi, sostiene, ha bisogno di trovare adulti capaci di ascoltare anche le emozioni più difficili, invece di limitarle o zittirle. Ma adulti non sono solo gli insegnanti. Anche, ma non solo. Prima c’è o dovrebbe esserci la famiglia.
Condivido profondamente la riflessione di Lancini ma vorrei integrarla con una parola che oggi sembra quasi diventata scomoda: limite.
Un ragazzo ha bisogno di essere ascoltato. Ma ha anche bisogno che qualcuno gli dica no.
Ha bisogno di sapere che non tutto è negoziabile. Che non ogni frustrazione può essere eliminata. Che non ogni errore può essere attribuito agli altri.
Che la libertà non è fare ciò che si vuole, ma imparare a rispondere di ciò che si fa.
Anche Recalcati che amo molto ha richiamato il valore del maestro e della sua autorevolezza. E forse è proprio questa la parola che dobbiamo recuperare senza paura: autorevolezza non è autoritarismo. È la capacità dell’adulto di essere punto di riferimento, di dare una direzione, di rappresentare un limite senza trasformarlo in umiliazione. E qui penso a don Milani.
A quel suo “I care”, “mi importa, mi sta a cuore”. Ma anche alla sua idea della scuola come luogo nel quale si impara a sentirsi responsabili degli altri.
Mi piace pensare che oggi quel “mi importa” debba valere per tutti.
Alla famiglia deve importare.
Alla scuola deve importare.
Alle istituzioni deve importare.
Alla società deve importare.
Non possiamo pretendere che importi sempre e soltanto all’insegnante che entra in classe. Perché la scuola non può diventare il luogo nel quale arrivano tutti i problemi che gli adulti non riescono più a risolvere fuori. La famiglia non può delegare alla scuola la funzione educativa. La scuola non può sostituirsi alla famiglia.
Le istituzioni non possono limitarsi a chiedere alla scuola di prevenire tutto senza fornirle strumenti, servizi e sostegno.
E la società non può prima spettacolarizzare la violenza e poi indignarsi quando quella violenza attraversa il cancello di un istituto. Ovviamente non credo nella scuola che punisce per vendetta. Ci mancherebbe! Ma non credo neppure nella scuola che, per paura di essere accusata di essere “troppo severa”, rinuncia a dire che un comportamento è sbagliato. E a non indignarsi quando viene assunto da uno studente.
Comprendere non significa assolvere. Accogliere non significa consentire. Educare non significa evitare ogni conseguenza. E forse proprio qui sta quella posizione intermedia che oggi sembra così difficile da sostenere.
Non voglio una scuola più feroce.
Voglio una scuola che possa essere ferma senza essere crudele, comprensiva senza essere complice, autorevole senza essere autoritaria.
E vorrei che finalmente smettessimo di chiedere agli insegnanti di fare tutto e il contrario di tutto: di essere severi ma non troppo; di comprendere ma senza giustificare; di educare ma senza sanzionare; di occuparsi dei ragazzi ma senza invadere il terreno delle famiglie; di assumersi responsabilità senza avere sempre gli strumenti per esercitarle.
È una delega che non possiamo più permetterci.
La professoressa di Roma ha detto di voler bene al suo alunno. Io credo che quella frase non debba liberarci dalle nostre responsabilità. Dovrebbe, semmai, aumentarle.
Perché voler bene a un ragazzo significa anche aiutarlo a comprendere la gravità di quello che ha fatto. Significa non abbandonarlo, ma neppure sottrarlo alle conseguenze educative del suo gesto.
E significa soprattutto ricordare che una scuola che non sa più porre limiti non è una scuola più democratica: è una scuola che ha perso uno dei suoi strumenti fondamentali per educare.
Non lasciamo che sia ancora una volta la scuola a raccogliere i pezzi. Non facciamole mettere l’ennesima toppa alle falle della società, delle famiglie, delle istituzioni. Perché poi, alla fine, come diciamo noi a Napoli, rischiamo davvero di essere sempre “cornuti e mazziati”.
E questa volta, forse, dovremmo avere il coraggio di dirlo senza rabbia: la scuola non può essere l’ultima frontiera della responsabilità di tutti.