Ieri ho avuto modo di assistere alla proiezione del film “THE SEA” di Shai Carmeli-Pollak, che racconta la storia di Khaled, un ragazzo palestinese di dodici anni che vive vicino a Ramallah e che non ha mai visto il mare, nonostante la costa disti appena un’ora di distanza dal suo villaggio.

Non è un film urlato. Non cerca effetti spettacolari. E forse proprio per questo colpisce così profondamente. Perché tutto passa attraverso lo sguardo innocente di chi non comprende fino in fondo la politica, la diversità, la geopolitica, i conflitti internazionali, ma comprende perfettamente cosa significhi sentirsi chiuso, diverso, limitato, escluso.

Il mare, nel film, non è soltanto il mare. È libertà. È possibilità. È il diritto di muoversi, di immaginare, di respirare, di vivere.

Mentre seguivo la storia, una cosa mi è apparsa evidente in molte scene: il contrasto tra due mondi che convivono fianco a fianco ma sembrano appartenere a pianeti diversi. Da una parte i palestinesi: poveri, agricoltori o operai, legati alla propria terra e costretti ad una vita fatta di controlli, ostacoli e precarietà. Famiglie con figli numerosi. Dall’altra gli israeliani, mostrati nel film con città, automobili, abitudini e stili di vita che richiamano quelli delle società occidentali più ricche, comprese le piaghe sociali che esse presentano (vedi l’obesità giovanile, per il ricorso frequente al fast food, e la denatalità, con famiglie per di più caratterizzate dal figlio unico).

Non è solo una differenza economica. È una distanza di possibilità, di libertà, di prospettive, anche di culture.

Ed è proprio lo sguardo del bambino a renderla ancora più evidente. Uno sguardo che non giudica ma osserva. Che registra tutto.

La scena finale mi resterà impressa a lungo nel cuore: il bambino che guarda dal finestrino dell’auto della polizia israeliana che gli ha impedito di correre verso il mare e realizzare il suo sogno.

In quello sguardo c’è smarrimento, curiosità, tristezza, forse persino una forma di silenziosa consapevolezza. È uno di quei finali che non hanno bisogno di parole perché parlano direttamente alla coscienza di chi guarda; coscienza scossa e indignata a causa dell’indifferenza che caratterizza chi, dinanzi all’arresto del piccolo e di suo padre, continua imperterrito a sorseggiare il caffè seduto al tavolino di un bar. 

La proiezione del film era inserita in un incontro con alcuni membri della flottiglia che solca in questo periodo il Mar Mediterraneo per portare un messaggio di solidarietà al popolo palestinese e per richiamare l’attenzione internazionale su una tragedia (chiamiamola “tragedia” e non “conflitto”, o “guerra”, o qualsiasi altro termine faccia presumere l’esistenza di due parti che si contrastano a vicenda, perché – come giustamente si faceva notare in sala – si è piuttosto, in questo caso, dinanzi ad una occupazione illegittima di territori ed a perpetrati soprusi e prevaricazioni ad opera di una parte, certamente più potente, su di un’altra, che inevitabilmente subisce) che rischia troppo spesso di diventare abitudine nelle nostre coscienze.

Ascoltare le loro testimonianze dopo il film ha reso tutto ancora più reale. Dietro le immagini cinematografiche ci sono vite vere, persone vere, bambini veri che crescono conoscendo muri, checkpoint, armi e paura molto prima di conoscere il significato della parola libertà.

In un tempo in cui ogni conflitto viene immediatamente trasformato in tifoseria, propaganda o slogan, il film “The SEA” riesce invece a fare una cosa rarissima: restituire umanità. E quando un film riesce a farci guardare il mondo attraverso gli occhi di un bambino, allora forse riesce anche a incrinare le indifferenze del mondo.

Uscendo dalla sala ho pensato che il mare, per molti di noi, è vacanza, orizzonte, luogo di riposo. Per altri, invece, può diventare il simbolo di tutto ciò che è proibito. Ed è terribile che un bambino debba sognare come privilegio ciò che per altri è ordinaria normalità.