“A passeggiare nel tuo buio non ci porti il primo che capita”.
Tra le varie interviste ad Andrew Faber – che adoro! – mi imbatto in questa sua frase e mi soffermo, d’un tratto, a riflettere.
Il buio ce lo abbiamo tutti dentro. Anche la più solare tra le Persone ha crepe attraverso cui la luce non filtra.
“Conosci te stesso ”, diceva Socrate citando Apollo.
Ed in effetti la prima e principale attività intellettiva di ognuno di noi esseri umani dovrebbe essere, appunto, quella introspettiva, finalizzata alla conoscenza della nostra natura, del nostro essere, della nostra finitezza.
Questa conoscenza dovrebbe, poi, consentirci di curare le ferite, di accarezzare le cicatrici, di lenire i dolori che ci portiamo dietro, anzi “dentro”, decorando – mutuandola dalla antica e sapiente tecnica giapponese del kintsugi – ogni centimetro imperfetto del nostro cuore con viole e gelsomini, fresie, zagare e camelie.
Ho compreso tardi, però, che a passeggiare tra i sentieri delicati della Guernica del nostro cuore non possiamo portarci chiunque.
Bisogna scegliersele con cura le Persone alle quali consegnare la chiave del nostro cuore. Occorre che esse sappiano fare attenzione a dove mettono i piedi quando vi camminano. La Cura parte da lì. Dalla capacità di guardare “oltre” i meravigliosi fiori che adornano il nostro cuore e di scorgere, tra le foglie e le corolle profumate adagiate sulla carne viva, i nervi scoperti della nostra esistenza.
Facendo attenzione a non calpestarli.