L’omicidio di Charlie Kirk è uno choc che scuote non solo chi conosce e si occupa di politica americana: un giovane attivista, figura molto visibile del conservatorismo statunitense, viene ucciso per mano di un ragazzo che sembra non condividere le sue idee. Non è solo politica: è che le idee si trasformano in odio, l’odio in armi.
Le indagini – per quello che finora è emerso – raccontano una dinamica che sembra rincorrere tendenze già viste: radicalizzazione digitale, senso che l’avversario politico non è solo qualcuno con idee diverse, ma un nemico da delegittimare, insultare e, infine, eliminare.
Alcune fonti parlano di messaggi, forum online, accuse pesanti (“fascista” o simili), insulti, provocazioni assunte come motivi. Non si sa ancora tutto: quali siano state le precise motivazioni individuali del sospettato, allo stato Tyler Robinson; quanto abbiano contato fattori personali, culturali o psicologici al di là delle opinioni politiche; se ci siano state pressioni esterne o complici.
Quel che però colpisce, è che questo non è un incidente avulso: è l’ultimo anello di una catena che porta il linguaggio violento, l’odio verbale e il rancore a diventare terreno fertile per la violenza concreta. In un Paese, per giunta, in cui, per acquistare armi, non occorre nessun particolare permesso ma soltanto la maggior età. In Italia occorre il porto d’armi, ma il clima di odio determinato dal linguaggio violento, pubblico o privato che sia, sta assumendo la stessa dimensione gigantesca di quello che si respira in America.
In realtà, per capire cosa vuol dire vivere in democrazia, è utile ricordare come il nostro ordinamento protegge la libertà di manifestare il pensiero ma anche come la limita quando entra in conflitto con la libertà, la dignità, la sicurezza altrui.
Secondo l’articolo 21 della Costituzione italiana:
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Questo articolo è considerato – come ha più volte affermato la giurisprudenza costituzionale – una pietra angolare dell’ordine democratico. Non è solo un principio astratto: impone che nel nostro sistema ogni persona possa esprimere idee, opinioni, critiche, senza timore di censura preventiva.
Pur tuttavia, la libertà non è assoluta. La Costituzione stessa, tramite l’articolo 21, prevede alcuni vincoli:
1. Nei casi di delitti previsti dalla legge (es. reato di diffamazione), o violazioni di norme specifiche (es. responsabilità per ciò che si scrive o si dice).
2. Il sequestro della stampa periodica, ma solo per atto motivato dell’autorità giudiziaria, salvo situazioni di urgenza, in cui vi sia un margine di intervento, sempre con limiti temporali e giurisdizionali.
3. Manifestazioni contrastanti con il “buon costume” – cioè con l’insieme dei principi della morale sociale vigenti in un determinato momento storico – possono essere vietate.
4. Protezione della reputazione, diritto al riserbo: non si può con l’espressione violare in modo ingiustificato la dignità altrui o la privacy. Il diritto di cronaca, per esempio, richiede verità, correttezza, interesse pubblico.
Anche la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (ONU, 1948), all’articolo 19, riconosce il diritto all’opinione e all’espressione, incluse possibilità di cercare, ricevere, diffondere informazioni. Così come la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) all’art. 10, tutela la libertà di espressione ma consente limiti per sicurezza pubblica, ordine pubblico, protezione della reputazione. Infine, anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea riconosce simili garanzie.
Avere leggi che proteggono la libertà di espressione, e che impongono limiti, non impedisce tuttavia che il linguaggio pubblico, privato, digitale, diventi tossico e comporti una degenerazione che arrivi alle più estreme conseguenze.
Sono molti i fattori che oggi rendono più probabile che il dissenso degeneri: velocità di propagazione, amplificazione, anonimato dei social.
Un insulto diventa virale, la provocazione raggiunge in pochi minuti; il tono viene esasperato; “echo Chambers” e polarizzazione.
Gruppi di persone che già la pensano in un certo modo, portano le loro idee all’estremo, si radicalizzano, si auto-rinforzano, senza ascolto dell’altre idee; senza, soprattutto, rispetto per le medesime.
Modelli politici e mediatici che premiano lo scontro: leader, influencer, giornali che usano linguaggi forti, divisivi, violenti, che “rincorrono” l’attenzione, spesso usando paura o rabbia.
Declino del rispetto per la Persona come interlocutore, quando l’avversario politico diventa “maldestro”, “nemico”, “fascista” o “traditore”, etichette che imbarazzano e spesso, anche, disumanizzano.
In questo spazio, anche se la normativa prevede che l’odio verbale o l’incitamento alla violenza siano sanzionabili (art. 604 bis cp (ex art. 3 l. 654/75) “Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa” e art. 595 cp “diffamazione aggravata”) spesso non si interviene finché l’atto non è compiuto: le parole preparano, mettendo un terreno fertile.
Come diceva Einstein “È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”.
In realtà, non è la prima volta che idee trasformate in odio portano alla morte.
Tre importanti omicidi ricordano quello di Kirk, benché si tratti di eventi verificatisi in contesti storici e sociali molto diversi da quello odierno.
Martin Luther King Jr., 1968 (USA).
King era il volto del movimento per i diritti civili, difendeva uguaglianza razziale, diritti per gli afroamericani. Il suo assassinio avvenne in un clima tremendo di odio razziale, di segregazione, di linciaggio sociale, ma anche dopo decenni di oppressione sistemica. La violenza era strutturale: leggi, polizia, cultura della discriminazione. Oggi siamo più consapevoli, ma non siamo immuni da razzismo e divisione, e il linguaggio razzista è ancora usato come arma politica.
John F. Kennedy, 1963 (USA).
Presidente carismatico, in un’epoca di Guerra Fredda, con opposizioni ideologiche forti, ma il confronto pubblico era molto più regolamentato: media tradizionali, partiti, diplomazia. Oggi, con decenni di digitalizzazione e scomparsa (in parte) dei filtri mediatici, un leader come Kirk è “a portata” istantanea: la sua voce, e le sue critiche, circolano subito, il potenziale per la reazione violenta è più immediato.
Aldo Moro, 1978 (Italia).
Non era solo un politico: era il Presidente del Consiglio, figura centrale della Repubblica. Fu sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse, ideologia armata, scontro politico-l’interno: erano tempi di terrorismo e di conflitto aperto. Diverso evidentemente dal singolo individuo che radicalizza via rete, ma simile nella misura in cui l’assassinio era un messaggio politico: “chi si oppone a noi fisicamente va eliminato”.
Ma perché la vicenda di Kirk fa paura? Pensiamolo così: non è tanto il fatto in sé, quanto ciò che esso simboleggia.
Quando la morte di una persona diventa possibile perché qualcuno crede di dover “ripulire” il mondo delle idee che non sopporta, allora la democrazia diventa fragile.
Se chi ha opinioni opposte diventa un nemico da annientare verbalmente prima, fisicamente poi, allora la libertà di manifestare il pensiero – sancita dalle più importanti leggi nazionali e internazionali – rischia di diventare mera retorica.
Sono una docente e mi piacerebbe che i miei studenti si interrogassero su domande che non hanno risposte precise né definitive, ma che servono a farci riflettere, del tipo:
1. In che misura una persona che insulta duramente, che fa campagne denigratorie, che incita indirettamente all’odio, è già colpevole morale, anche se non ha sparato?
2. Il crimine nasce sempre dal gesto, ma molto spesso il gesto è figlio del linguaggio. Come distinguere tra ciò che è legale e ciò che è accettabile eticamente? Le leggi esistono, ma l’etica chiede qualcosa di più: rispetto, empatia, responsabilità.
3. Qual è il ruolo dell’istruzione, del pensiero critico, dell’educazione civica nel prevenire queste degenerazioni? Non basta insegnare Storia ed Educazione civica, forse serve anche insegnare come parlare, come ascoltare, come dissentire senza odiare. Far leggere in classe il Manifesto della comunicazione non ostile.
4. In Italia: come sono cambiati i limiti della libertà di espressione con i media digitali? Le leggi pensate per stampa, radio, tv bastano o servono nuovi strumenti?
5. Come si regolamenta il discorso online, l’hate speech, l’incitamento all’odio, il cyberbullismo (https://www.diritto.it/hate-speech-cyberbullismo-limiti-liberta-espression/)?
6. Quanto influisce la cultura politica: se in un paese è normale che politici o opinionisti parlino male dell’avversario, anche in termini quasi personali, cosa succede quando quella “normalità” diventa la base per atti estremi?
Vorrei che i miei studenti comprendessero che la democrazia non è un protocollo, è un processo vivo.
Le norme – come l’articolo 21 della Costituzione italiana, la CEDU, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – sono fari luminosi e importanti, ma da sole non bastano se non c’è una cultura che le faccia vivere: una cultura che tollera il dissenso, che rifiuta la violenza verbale come preludio di quella fisica, che considera ogni persona interlocutore anche quando si è in disaccordo.
Il caso Kirk, se confermato nei dettagli che emergono, ci ricorda che siamo in bilico: in bilico fra libertà e paura, fra democrazia e rancore.
Il passo fra l’uno e l’altro può essere piccolo, ma è sempre un passo che qualcuno ha scelto di compiere. E quel passo potrebbe essere verso il baratro e quindi, inevitabilmente, un passo di non ritorno.
Del resto, in America “Kirk è morto per le sue idee e la sua morte per una parte dell’opinione pubblica ha un peso diverso proprio a causa di quelle idee, in quanto sbagliate. Al tempo stesso, chi vuole vendicarla è pronto, come ha detto la procuratrice generale degli USA Pam Bondi, a prendere di mira e perseguire chi si impegna in discorsi d’odio, invitando i datori di lavoro a licenziare chi dice cose orribili. L’America, questa America è lontana. Eppure anche da noi, nelle culle della libertà di ricerca e insegnamento che sono le università, c’è chi di idee ferisce e in nome delle idee viene zittito”. (Da un estratto dell’articolo “In un paese civile lecite tutte le idee. Solo la violenza le rende inaccettabili” di Serena Sileoni, quotidiano “La Stampa”)
https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2021-03/brochure_quando_lodio_diventa_reato.pdf