Ogni anno mi faccio un dono. Assistere al Teatro Grande di Pompei ad uno spettacolo teatrale che mi riporti indietro nel tempo e mi immerga nell’atmosfera magica della cultura classica di cui sono figlia.
Lo scorso anno fu “l’Edipo Re” di Sofocle.
Quest’anno è stata la “Lisistrata” di Aristofane.
Una tragedia la prima ed una commedia la seconda.
Entrambe le opere – proposte nell’ambito della rassegna “Pompei Theatrum Mundi” che ogni anno viene presentata al Teatro Grande di Pompei – rappresentano il meglio di tutta la produzione teatrale classica del V secolo a.C.
I biglietti per la Lisistrata li ho acquistati circa due mesi fa.
Ho coinvolto alcuni cari amici e ieri, tutti insieme, siamo partiti da Sorrento, sotto la calura di una assolata domenica pomeriggio, alla volta degli Scavi di Pompei.
All’interno del sito archeologico si respira sempre un’atmosfera magica.
Percorrendo il viale di ingresso degli Scavi provo una emozione immensa ed un ricordo nitido va a tempi ormai lontani in cui essi rappresentano una valida alternativa a giornate scolastiche alle quali si era deciso di abdicare.
Io e i miei compagni di liceo andavamo lì quando decidevamo di fare “stampa” a scuola, onde trascorrere in tranquillità e lontano dal perimetro più prossimo dell’istituto (in un luogo in cui certamente non avremmo incontrato amici e familiari) quelle cinque ore che avrebbero dovuto essere dedicate alle varie discipline tra cui il Latino, il Greco e la Matematica (mia spina nel fianco!).

Ieri, dicevo, ho assistito alla “Lisistrata”, una tra le più conosciute commedie di Aristofane, forse il principale esponente della commedia antica greca; opera in cui il ruolo della donna è centrale ed è rivolto a promuovere gli interessi della comunità attraverso un’attività diretta a spezzare la spirale di una guerra cruenta ed all’apparenza senza fine (quella c.d. “del Peloponneso” tra Spartani ed Ateniesi).
Lisistrata – qui magistralmente interpretata da Lella Costa – propone e realizza lo “sciopero sessuale” delle mogli di tutta la Grecia, affinché gli uomini smettano di uccidersi tra loro; che, se ci pensiamo, potrebbe essere, a distanza di secoli, un’ottima soluzione per dirimere tutti i conflitti mondiali, anche quelli più recenti.
Del resto, uno slogan pacifista degli anni Sessanta recitava proprio “fate l’Amore, non fate la guerra!”.
Gia’, perché si parla di Amore nella “Lisistrata” di Aristofane.
Benché le scene piu’ ironiche ed esileranti mostrino uomini (ma anche donne) prostrati dal desiderio e pronti a desistere dalle operazioni belliche pur di ricongiungersi sessualmente con le proprie donne.

Pur tuttavia, nella “Lisistrata” l’astinenza dall’atto sessuale – il patto tra le donne ateniesi e quelle spartane di negarsi ai propri mariti – non è mai descritta come un mero bisogno meccanico dei corpi ma come naturale prolungamento, meravigliosamente concreto e dunque corporeo, di un genuino sentimento di unione e condivisione, che letteralmente pretende la Pace e non la Guerra, la Vita e non la Morte.
Questo il messaggio dell’opera aristofea. Per il resto che dire?
Sicuramente un ottimo spettacolo, con bravi attori, deliziosi dialoghi ed iconici costumi di scena.
Concludo con una riflessione della regista dello spettacolo, Serena Sinigaglia, la quale ha così espresso il suo punto di vista sulla sessualità come prolungamento dell’amore di cui è pregna la “Lisistrata” di Aristofane: “di fronte ai continui femminicidi, alla drammatica quanto insopportabile discriminazione di genere, di fronte a quella che per certi versi mi appare oggi come una vera e propria crisi delle coppie etero (e forse di tutte le coppie!), Lisistrata ci suggerisce la strada: reimparare la grammatica dell’amore”.
E reimpararla, aggiungo io, per portare Pace lì dove c’è Guerra.
Vita lì dove c’è Morte.


