Due anni fa ho dato alla luce un bimbo affetto da una grave patologia cardiaca. 

Non era ospedalizzato. 

Viveva a casa con me, mio marito e gli altri due nostri bambini. 

Eravamo in attesa del trapianto.

Nel mese di Dicembre ci hanno chiamato e per noi tutti è stata una gioia immensa. 

Un regalo di Natale inatteso.

Ci siamo preparati a tagliare questo traguardo che attendevamo da tempo: un nuovo cuore per Domenico.

Ma qualcosa è andato storto. 

Non capisco subito cosa. 

I medici sono stati vaghi. 

Mi hanno detto che l’attività cardiaca non è partita. 

Tutto qua. 

Io non sono del settore. 

Non sono un professore universitario, non un medico, infermiera neanche.

Vengo a conoscenza soltanto dopo un mese dall’intervento, e tramite i comuni mezzi di informazione, che a mio figlio è stato trapiantato un cuore congelato.

Già. 

Un cuore espiantato da un bimbo a Bolzano, sano e perfettamente compatibile con mio figlio, trasportato a Napoli in un contenitore non proprio all’avanguardia e nel quale, pare, sia stato aggiunto del ghiaccio secco che ha finito per comprometterne lo stato. 

Cuore che poi, “bruciato” per essere stato conservato ad una temperatura ben al di sotto di quella prescritta dai protocolli, è stato impiantato nella cassa toracica di mio figlio, dalla quale era già stato espiantato il suo cuore originale, benché malandato. 

Dal giorno dell’intervento mio figlio non si è più svegliato. 

Ed oggi, dopo che da qualche giorno tutte le equipe mediche consultate si sono espresse unanimemente sull’impossibilità di effettuare un nuovo trapianto cardiaco, mio figlio è volato in cielo. 

Angelo tra gli angeli. 

Non so come riuscirò ad andare avanti. 

La perdita di un figlio è già di per sé qualcosa di crudele e innaturale per un genitore. 

Quando è determinata dalla negligenza e dalla colpa di qualcuno che più di altri dovrebbe operare con cura, attenzione, abnegazione e delicatezza emotiva, appare ancora più difficile da accettare. 

Lasciatemi crogiolare nella mia infinita ed incommensurabile sofferenza. 

Almeno ora. 

Almeno fino a quando avrò bisogno del silenzio necessario ad azzerare tutto il dolore assordante che oggi urla dentro di me. 

E potrebbe volerci tanto. Tantissimo. 

Almeno quanto, ne sono certa, lo stesso immenso dolore urlerà nella coscienza di coloro i quali me lo hanno provocato!