Ci sono momenti in cui il diritto internazionale smette di essere una materia accademica e diventa una linea di confine morale. Una linea fragile, spesso ignorata, ma essenziale. L’ipotesi – più volte evocata negli ultimi anni e ieri verificatasi – di un intervento armato degli Stati Uniti in Venezuela per arrestare il presidente Nicolás Maduro, giustificato dal contrasto al narcotraffico e alla criminalità transnazionale, è uno di quei momenti.

Peraltro, non è la prima volta che il contrasto al narcotraffico viene usato come fondamento per un’azione militare unilaterale: l’invasione di Panama del 1989, culminata nell’arresto di Manuel Noriega, resta un precedente difficilmente eludibile.

Sento il bisogno di dirlo con chiarezza, prima ancora di entrare nel merito giuridico: condanno senza esitazione il regime di Maduro, la repressione violenta del dissenso, il collasso istituzionale e umanitario del Paese. Ma proprio perché condanno la violenza, non posso accettare che essa venga normalizzata quando proviene da Stati che si autoproclamano garanti dell’ordine mondiale.

Il diritto internazionale non nasce per proteggere i governi “buoni”. Nasce per contenere il potere, soprattutto quello dei più forti.

Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno progressivamente assunto – o meglio, rivendicato – un ruolo che potremmo definire di “polizia globale”. Un ruolo che non trova fondamento nel diritto, ma nella forza. Quando un presidente statunitense afferma che un capo di Stato straniero può essere arrestato perché coinvolto nel narcotraffico, il problema non è solo politico: è giuridico e sistemico. Peraltro è lo stesso schema argomentativo che ha giustificato, in epoche diverse, interventi armati presentati come “operazioni di polizia internazionale”, dall’America Centrale alla cosiddetta “guerra al terrorismo”.

Se accettassimo questo principio, dovremmo accettare che:

• uno Stato possa decidere unilateralmente chi è un criminale internazionale;

• possa intervenire militarmente sul territorio di un altro Stato;

• possa esercitare funzioni di polizia e giurisdizione al di fuori di qualsiasi mandato internazionale.

Questo non è ordine internazionale. È supremazia del più forte, che prescinde dal principio per cui la sovranità non è una concessione morale.

Benvero, uno degli equivoci più pericolosi in cui si possa incorrere è pensare che la sovranità sia una sorta di premio per i governi virtuosi. 

Non lo è.

La sovranità statale è un presupposto giuridico, non una patente etica. Anche uno Stato governato in modo autoritario resta titolare del diritto all’integrità territoriale e all’indipendenza politica. La Corte Internazionale di Giustizia lo ha affermato con chiarezza nel caso Nicaragua/Stati Uniti del 1986, escludendo che la “cattiva condotta” di uno Stato possa giustificare interferenze armate.

Un’invasione finalizzata all’arresto del capo dello Stato non è un’operazione di giustizia: è una negazione della sovranità, e quindi una violazione diretta del diritto internazionale.

L’art. 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza nelle relazioni internazionali. È una norma spesso criticata perché “impedisce di agire contro i tiranni”. Ma è proprio questa rigidità a renderla preziosa (ogni volta che questo divieto è stato aggirato – dall’Iraq nel 2003 alla Libia nel 2011 – le conseguenze hanno mostrato quanto fragile sia l’ordine che nasce dall’uso selettivo della forza).

Le eccezioni sono pochissime e rigorose:

• la legittima difesa contro un attacco armato;

• l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.

Nel caso del Venezuela, non ricorre nessuna delle due ipotesi.

Il narcotraffico, per quanto grave, non è un attacco armato, e non può essere usato come passe-partout per giustificare un’azione militare unilaterale. Quando si comincia a piegare le norme “per una buona causa”, il diritto smette di essere tale e diventa strumento di opportunità politica.

È evidente che l’operazione statunitense non è stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Vi è poi una ulteriore considerazione da fare.

Arrestare un presidente in carica con la forza militare di uno Stato straniero significa demolire un altro pilastro dell’ordine internazionale: le immunità degli organi supremi dello Stato (la vicenda Noriega resta emblematica, così come il dibattito sorto dopo la cattura di Saddam Hussein, avvenuta a seguito a un’invasione priva di mandato ONU).

Non si tratta di impunità, ma di stabilità del sistema.

Esistono sedi legittime per accertare responsabilità penali internazionali: corti internazionali, meccanismi multilaterali, procedure condivise.

Non i marines. Non i droni. Non le operazioni “chirurgiche”.

La giustizia internazionale non è vendetta, e non può essere amministrata a colpi di missili.

Ciò che mi preoccupa di più, come docente di Diritto e come cittadina, non è il singolo caso Venezuela. È il precedente che si tenta di creare, l’arbitrio del più forte. Ogni intervento presentato come “eccezionale” – Panama, Iraq, Libia – è poi diventato un modello replicabile. E questa è una tendenza che va arrestata.

Se accettiamo che uno Stato possa dichiarare criminale un altro capo di Stato, invadere un Paese sovrano, giustificare tutto in nome della “sicurezza”, allora l’ordine internazionale diventa reversibile, dipendente dai rapporti di forza e dalla propensione alla prevaricazione, piuttosto che dalle regole.

E questo è esattamente ciò che il diritto internazionale, con tutti i suoi limiti, cerca di evitare.

Non difendo Maduro. Ho espressamente premesso che condanno lui ed ogni forma di governo dittatoriale che basa la sua condotta politica sull’uso della forza e della violenza. Difendo qualcosa di più fragile e più importante: l’idea che il diritto debba limitare il potere, non giustificarlo (diritto-argine non diritto-alibi).

Ogni volta che uno Stato si arroga il diritto di intervenire militarmente “per il bene” della comunità internazionale, stiamo facendo un passo indietro, verso un mondo in cui la forza decide chi ha torto e chi ha ragione.

E un ordine internazionale fondato sulla forza non è ordine.

È solo dominio.