Viviamo ancora immersi in un mondo che si regge, più o meno silenziosamente, sulla supremazia del patriarcato.
La riconosci nei Consigli d’Amministrazione pieni di uomini, nella realtà politica dove la voce femminile è minoranza, nei linguaggi che ancora ci dicono chi “comanda” e chi “obbedisce”.
Anche nelle nostre relazioni più intime, nelle case, nei gesti quotidiani, il potere maschile sembra spesso la regola invisibile di un gioco che si finge naturale.
Eppure, non è sempre stato così.
Non ovunque, almeno, e non per tutti i popoli.
C’è stato un tempo – e un luogo – in cui il mondo aveva un altro equilibrio e la società non era costruita attorno alla supremazia dell’uomo, ma alla centralità della donna.
Quel luogo era l’America Nord Orientale prima che diventasse parte degli “Stati Uniti”.
E quel tempo il XVI secolo, quando i Cherokee vivevano ancora secondo le proprie leggi, i propri clan, le proprie tradizioni e la propria visione del mondo.
Un mondo che apparve al contrario agli Europei che sbarcarono dal Vecchio Continente.
Quando i coloni, infatti, arrivarono in quelle terre, portarono con sé Bibbie, fucili e una certezza: che la donna dovesse essere sottomessa all’uomo, come avveniva appunto da secoli nella loro cultura, dove si pensava fosse una imposizione dettata dalla legge divina.
Ciò che trovarono tra i Cherokee li lasciò interdetti.
Qui, la discendenza si trasmetteva attraverso la madre, non il padre. I figli appartenevano al clan materno, e l’eredità passava da donna a donna. Quando una coppia si sposava, era l’uomo a trasferirsi nella casa della moglie. E se il matrimonio finiva, bastava che lei mettesse fuori dalla porta i suoi oggetti. Non servivano tribunali, né preti, né permessi. Bastava il suo volere, che in quel modo era perfettamente esplicito e chiaro.
Per i coloni fu uno scandalo.
Uno di loro, James Adair, riferì con disprezzo alle autorità britanniche di un “governo in gonne”. Non poteva concepire una società dove il potere non si misurava con la forza ma con la cura, la parola, la continuità.
Tra le Cherokee esistevano delle figure rispettate, quasi sacre: le Ghigau, le “Donne amate”.
Erano leader spirituali e politiche.
Potevano parlare nei consigli, decidere della sorte dei prigionieri e perfino influenzare guerre e alleanze.
Una di loro, Nanyehi – conosciuta dai coloni come Nancy Ward – divenne un ponte tra due mondi. Durante la Rivoluzione Americana, negoziò con i leader coloniali, cercando di salvaguardare il suo popolo e la sua terra. Una donna che parlava d’armi e di pace, mentre in Europa le donne non avevano nemmeno diritto alla parola in pubblico.
Ma quel mondo alternativo non poteva sopravvivere all’urto della colonizzazione. Gli Stati Uniti nascevano, e con loro un modello di società bianco, cristiano e patriarcale. Il governo riconobbe solo capi uomini, impose la proprietà privata maschile e iniziò a “civilizzare” i Cherokee attraverso scuole e missionari. Alle donne fu insegnato a stare zitte, ad obbedire e a diventare “signore cristiane”.
Era l’Ottocento, e con l’espansione verso Ovest – la cosiddetta “Trail of Tears”, la marcia della deportazione forzata – si spazzò via non solo un popolo, ma anche una forma diversa di pensare il potere.
Mi colpisce sempre pensare che, mentre in Europa le donne lottavano per il diritto di possedere una casa o ereditare un terreno, in America, secoli prima, esisteva un popolo in cui la casa era già delle donne. Non perché qualcuno gliel’avesse concessa, ma perché era logico così. Perché erano loro a coltivare la terra, a nutrire i figli, a tramandare la lingua e la storia. E in quella logica, la libertà non era un sogno: era la struttura stessa del mondo.
Forse è questo che fa paura, ancora oggi: l’idea che un altro modo di vivere sia possibile. Che il patriarcato non sia il punto d’arrivo dell’evoluzione umana, ma una parentesi lunga e arrogante.
Le donne Cherokee non erano perfette, come non lo era la loro società. Ma la loro esistenza ci costringe a smettere di pensare che l’ordine attuale sia l’unico possibile.
Ogni volta che una donna viene zittita “in nome della tradizione”, possiamo ricordare loro, le donne che mettevano i mariti fuori dalla porta senza chiedere il permesso a nessuno. E chiederci: quanto di quella forza, di quella autonomia, possiamo ancora recuperare?
Forse, il futuro comincia proprio da lì: dal ricordo di un passato che ci dice che la libertà femminile non è un’invenzione recente, ma un ritorno.
Un ritorno alla terra, alle madri, alla possibilità di scegliere sempre liberamente chi entra – e soprattutto chi esce – dalla nostra porta, senza temere per la nostra vita!