Ho terminato da poco di leggere un libro di Stefania Andreoli, psicologa, psicoterapeuta e analista specializzata nelle dinamiche dei rapporti interpersonali.
Si intitola “Io, Te, l’Amore. Vivere le relazioni nell’era del narcisismo” e parla fondamentalmente dell’incertezza riguardo ai rapporti ed ai sentimenti; della fatica, tutta contemporanea, di aprirsi all’incontro con l’Altro e alle emozioni che ci suscita: condizione essenziale perché da Me e Te nasca un Noi.
Questo suo viaggio nei rapporti interpersonali e nell’amore – percorso attraverso la storia personale dei suoi pazienti – apre uno sguardo molto ampio sulle fragilità, le paure e i dubbi della nostra società.
Riporto alcuni estratti dal testo che, ovviamente, condivido nella loro sostanza.
“L’amore non lo teorizzi, puoi solo passarci attraverso lasciando che si trasformi e assumendotene le conseguenze. Perderlo, per esempio. Doverlo rimandare. Non essere ricambiati. Viverlo a distanza. Averne timore. Farsi spogliare. L’amore è una faccenda complicata perché le persone lo sono”.
Già. Siamo complicati.
Ognuno il frutto della propria formazione personale, familiare, sociale e culturale.
Ognuno il frutto delle esperienze maturare.
L’amore “non e’ una sala operatoria asettica e protetta da contaminazioni esterne: e’ tutto il contrario.
Noi esseri viventi siamo vettori dei nostri virus e batteri biografici ed emotivi, che sporcano e corrompono i nostri sentimenti, determinano di chi ci innamoriamo e chi non degniamo di uno sguardo e, se non ne facciamo oggetto di guarigione e di cura, scrivono il destino delle nostre storie, non solo quelle storte e pericolanti avviate con la persona sbagliata, ma anche quelle dove c’è un amore sincero. Perché quando il nostro amore incontra quello dell’Altro che ama nel suo modo (in base a come è andata con la sua mamma, papà, patria, maestra, prima volta, prima ferita, elenco di dolori, diario, pulsione di morte, animale domestico, gestazione, parto, trauma precoce, primo amore, seno, nonni e chi più ne ha più ne metta) da solo non basta più’”.
L’autrice si sofferma, inoltre, sull’importanza di essere delle persone risolte per amare.
“Le condizioni per l’amore” scrive “sono solo se entrambi amiamo la stessa persona: io me, come me. Tu te, come te.
Da piccoli senza l’amore moriamo, però da grandi l’amore deve trovarci già “salvati”, che è quanto dire che non possiamo trovare nell’Altro un rifugio, un porto salvo, un sostegno, un pilastro, ma dobbiamo contare, anzitutto, sulle nostre forze e sulla nostra capacità interiore di far fronte alle avversità della vita per essere poi in grado di amare l’Altro ed averne cura.
Il testo è una bussola preziosa per tornare a investire nelle relazioni: viverle con coraggio, autenticità e pienezza perché solo “chi metaforicamente spariglia le carte solletica la sonnolenza di chi vive di abitudini. Disturba gli equilibri dell’universo. Chi si fa trovare vivo, chi risorge, chi sceglie, chi ragiona, chi ama, chi non fa qualcosa solo perché la si e’ sempre fatta … rischia lo stesso destino di ogni profeta: il disconoscimento. Accade perché nulla riduce al minimo l’empatia umana più della felicità dei nostri simili in luogo della nostra”
Infine, l’autrice si sofferma sulla necessità di andare oltre le apparenze perché soltanto in questo modo si riuscirà ad amare ed a dare il benvenuto all’Altro nella nostra vita; a creare uno spazio di accoglienza che consenta di vivere rapporti significativi, fatti di scambievolezza, empatia ed autenticità.
Infatti “la fantasia di costruire famiglie da spot pubblicitario è ricorrente e trova nella mente collettiva molta, troppa fortuna. Nuclei anticonflittuali dove si gioca a fare famiglia, senza incontrarsi, scontrarsi né conoscersi mai davvero. Persone che tra loro non discutono per non dover affrontare quel che la realtà pone di fronte ai loro occhi, che usano il silenzio punitivo fino a che il sesto giorno non si ricomincia a parlare con un pretesto facendo finta di nulla, famiglie che inventano parole per non dire le cose, confondano i loro membri, ignorano l’omosessualità della zia che da otto anni vive con “la sua migliore amica”, omettono come sia venuto a mancare il bisnonno, crescono figli che quando hanno sette anni ancora non sanno che no, il loro padre biologico non è quello che li porta a scuola la mattina e che dorme con mamma. Famiglie fragili composte da persone impaurite dal rischio di fare sempre la cosa sbagliata, così non ne fanno alcuna. Rimandano la verità sempre a domani, come la dieta e l’iscrizione in palestra. E così passano gli anni, ci si incurva e incanutisce, si calcificano i sintomi facendoli passare per tratti caratteriali, si diventa attivisti dell’idea (infondata) che normalità e anormalità non esistono e che ognuno a casa sua possa fare quello che vuole. Non è così. Solo le persone libere possono fare ciò che vogliono. Non se ne vedono molte in giro”.
Io mi illudo di esserlo ma, in fondo, anche io come tanti ho paura di amare, di affidarmi all’Altro, di “spogliarmi” di quegli orpelli che, tutto sommato, fungono da armatura; mi proteggono e non mi espongono al dolore ed alla sofferenza a cui potrei andare incontro.
L’appello dell’autrice, a conclusione del testo, è a dir poco significativo.
“Siamo solo persone che per rimanere umane devono commettere il gesto eroico di rischiare di amare quando spesso vorrebbero solo essere lasciate in pace per evitare il vero scoppio della guerra. Che’ l’amore altro non è che concederci di sentire, al servizio del pensiero che si fa gesto.
Lo so, terrorizza.
Lo so, non ne siamo capaci.
Ma più di tutto so che non se ne muore.
Al contrario: chi vive, vive di questo.”
